Gli ambasciatori di Dio
Postato in La Santa Inquisizione, Rubriche | 1 Commento »
Una delle mie testate preferite è senza dubbio The Economist, che, a dispetto del nome, non tratta solo di economia, ma si occupa di informazione a tutto campo. Un esempio di ottimo giornalismo, attento, circostanziato, intelligente, sottile.
Se l’inglese british non ti spaventa, ti consiglio appassionatamente la lettura di questo pregevole paper.
Oggi, leggendo un po’ di arretrati che ho accumulato sul mio newsreader durante il weekend, ho trovato un articolo di estremo interesse che, dopo una ricca panoramica storico-politica sull’attività diplomatica della Santa Sede, propone, con sottile ironia, una interessante provocazione: ufficializzare lo stato della santa sede in quello che, de facto, è già: una ONG.
Ti traduco l’ultima parte dell’articolo.
Anche quando condividono dei compiti con agenzie a loro analoghe, i diplomatici vaticani devono confrontarsi con il fatto che il loro principale —come ogni altro capo politico— si riserva il diritto di mandare tutto all’aria con esternazioni “non-diplomatiche”. I discorsi bruschi di Giovanni Paolo II attorno al comunismo spazzarono via anni di cauti accordi. Il suo successore offese Mussulmani (nel sembrar collegare la loro fede con la violenza), Sudamericani (sconcertandoli con la sua visione sull’operato dei missionari), Ebrei (per via del ripristino della liturgia la cui forma originale li chiamava a convertirsi, anche se il numero due della gerarchia ha detto che quella parte potrà essere cambiata) e, in ultima, Protestanti, che si chiedono la ragione per la quale il Vaticano abbia scelto di ribadire, la scorsa settimana, la sua opinione che le loro non meritino di essere chiamate chiese.
Questi imbarazzi evidenziano uno dei lati negativi dell’ambigua situazione della Santa Sede: gode molti dei privilegi di uno stato anche mentre parla per una fede. I funzionari vaticani sostengono che questo paradosso sia difendibile e vantaggioso: a differenza dei diplomatici che agiscono per uno stato e i cui doveri principali sono il promuovere e proteggere i suoi interessi, i legati papali si battono per il bene dell’umanità. Un ex “ministro degli esteri”, il cardinale Jean-Louis Tauran, ha recentemente affermato che la Santa Sede “cerca non solo di promuovere e difendere, se necessario, la libertà e i diritti delle comunità Cattoliche nel mondo, ma anche di portare avanti alcuni principi senza i quali non può esserci civiltà”. Ma ha anche una specifica agenda politica. Vuole uno statuto internazionale per Gerusalemme. Riconosce Taiwan come appartenente alla Cina. Elencando i pilastri della politica estera, il cardinale Tauran ha enfatizzato il “diritto alla vita a ogni stadio di sviluppo biologico”.
Dichiarazioni come questa rendono il Vaticano rispettato in alcuni ambienti, ma guardato con sospetto in altri. Alcune attività, come rischiare la vita per la pace in Burundi, sono quasi universalmente ammirati. Ma in un epoca in cui il potere delle agenzie indipendenti (quella cattoliche comprese) incrementa di giorno in giorno, non potrebbe il Vaticano guadagnare maggiore autorità chiarendo il suo stato? Invece di sostenere di praticare una forma di diplomazia inter-governativa, potrebbe rinunciare al suo speciale stato diplomatico e proclamarsi per quello che è — la più grande organizzazione non governativa del mondo.
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