Politica Estera

Valori cristiani

10 marzo, 2008

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Il cristianissimo presidente degli Stati Uniti ha posto il veto sulla legge che proibiva l’uso della tortura durante gli interrogatori della CIA. Eh, i valori cristiani, che fonte di ispirazione etica e morale!

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Una grande occasione per la Spagna, un’idea per l’Italia

10 marzo, 2008

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La fiducia riconfermata e cresciuta nei confronti del premier spagnolo che ha legiferato su aborto, divorzio, matrimoni omosessuali e ora di religione, introducendo in Spagna una ventata di aria fresca che il paese ha apprezzato, dovrebbe essere vista dalla classe dirigente italiana come una traccia. Ora che Zapatero è di nuovo alla guida del paese, la Spagna avrà una grande occasione: consolidare i valori della laicità nel comune sentire del popolo spagnolo.

Mi auguro che anche il nostro centro-sinistra, coadiuvato dall’esperienza Radicale, inizi questo percorso e che riesca a spostare lo zeitgeist italiano verso una maggiore indipendenza etica e politica: vorrei svegliarmi in un paese in cui un candidato possa dire: “anche i vescovi devono rispettare la legge” e che questa legge non preveda l’attuale gestione dell’8×1000, l’esenzione dall’ICI, gli insegnanti delle scuole pubbliche nominati dai vescovi e tutti quei privilegi che l’eccellente Curzio Maltese ci ha illustrato su Repubblica. Spero in una legge chiara su coppie di fatto e unioni omosessuali, spero in una regolamentazione inequivocabile riguardo a RU486 e pillola del giorno dopo, spero in norme precise in materia di eutanasia e testamento biologico, spero in punizioni esemplari per contrastare discriminazione e omofobia.

Zapatero ce lo ha confermato: “Si può fare”. Si può vincere senza Bertone e senza Binetti. Si può vincere anche senza il placet del Vaticano. Si può legiferare in aperto contrasto con ciò che la CEI ci vuole imporre e lo si può fare guadagnando consenso.

In democrazia, anche il papa è solo uno degli interlocutori: siamo un paese democratico e abbiamo bisogno di una politica libera che tuteli i diritti dei più deboli e non di un monarca assoluto designato da Dio che decida della legge a prescindere da chi sieda in Parlamento.

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Moratoria contro la pena di morte – I contrari e gli astenuti

19 dicembre, 2007

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Siccome il documento è complesso da reperire e la stampa è distratta o reticente, su gentile richiesta, pubblico l’elenco dei paesi che si sono espressi contro o si sono astenuti dal voto sulla risoluzione dell ONU contro la pena di morte:

Contrari

Afghanistan, Antigua e Barbuda, Bahamas, Bahrain, Bangladesh, Barbados, Belize, Botswana, Brunei Darussalam, Chad, Cina, Comoros, Corea del Nord, Repubblica Dominicana, Egitto, Etiopia, Grenada, Guyana, India, Indonesia, Iran, Iraq, Giamaica, Giappone, Giordania, Kuwait, Libia, Malesia, Maldive, Mauritania, Mongolia, Myanmar, Nigeria, Oman, Pakistan, Papua Nuova Guinea, Qatar, Saint Kitts and Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent and the Grenadines, Arabia Saudita, Singapore, Isole Solomon, Somalia, Sudan, Suriname, Siria, Thailandia, Tonga, Trinidad e Tobago, Uganda, USA, Yemen, Zimbabwe

Astenuti

Bielorussia, Bhutan, Camerun, Repubblica Centrafricana, Cuba, Congo, Gibuti, Guinea Equatoriale, Eritrea, Fiji, Gambia, Ghana, Guinea, Kenya, Laos, Libano, Lesoto, Liberia, Malawi, Marocco, Niger, Corea del Sud, Sierra Leone, Swaziland, Togo, Emirati Arabi, Tanzania, Vietnam, Zambia

Alcune considerazioni sparse

Anche se, come hanno già fatto notare, questa moratoria non è vincolante per i Paesi che ancora uccidono, è comunque un notevole passo avanti per l’umanità intera.
Mi auguro che questa risoluzione sia l’inizio di un reale e radicale cambiamento. Nel frattempo ricordati di chi si batte ogni giorno per questa causa.

Mi fa piacere vedere, tra i favorevoli, l’Uzbekistan, unico paese in Europa e Asia Centrale, assieme alla Bielorussia, che prevede ancora la pena di morte.

Nel 2006 il boia ha fatto il suo infame mestiere in 25 paesi, ma il 91% delle esecuzioni capitali ha avuto luogo in solo 6 paesi: Cina, Iran, Iraq, Pakistan, Sudan e USA. Tutti e sei hanno espresso voto contrario.

Vedere gli USA votare assieme a teocrazie e regimi dittatoriali è emblematico: quando si tratta di andare a fare guerre di aggressione, si urla alla dittatura disumana, quando si tratta di votare su questioni che riguardano i diritti umani, votano assieme a Iran, Iraq, Myanmar, Pakistan …

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Il Dalai Lama a Montecitorio, ma a che titolo?

26 novembre, 2007

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A quale titolo dovremmo ospitare il Dalai Lama a Montecitorio?

In quanto guida religiosa?
L’attuale Dalai Lama ha proclamato Steven Seagal un tulku (una condizione paragonabile alla santità), principalmente per via dei generosi emolumenti che l’attore ha cordialmente elargito, un gesto simile alla vendita delle indulgenze.
Come leader spirituale, esercita il potere sulle varie sette buddiste tibetane e lo fa da despota, per non parlare delle posizioni prese in tema di omosessualità e aborto.
Tuttavia, se abbiamo ospitato il papa, dovremmo ospitare anche il Dalai Lama.

In quanto capo del governo tibetano in esilio?
A quanto dice Alessandro aggiungo l’endorsement allo sviluppo nucleare in India, la connivenza con la CIA, i metodi disumani adottati in Tibet (pena di morte, punizioni corporali e servitù della gleba). Dovessimo ospitarlo in quanto regnante, dovremmo dirgli, come Bollinger disse a Ahmadinejad “you exhibit all the signs of a petty dictator”.

Penso che dovremmo ospitarlo principalmente per le ragioni che ha esposto Pannella, ma il punto che voglio esporre è un altro: affinché il Tibet si liberi dal controllo Cinese, è necessario un uomo-simbolo?
Se il nostro paese volesse impegnarsi per la causa tibetana, dovrebbe necessariamente farlo attraverso il precedente monarca assoluto? Perché abbiamo sempre bisogno di avere un buono contro un cattivo?

Non voglio essere frainteso: sono totalmente a favore della causa tibetana, ma penso che ospitare o meno il Dalai Lama non debba essere uno strumento di politica estera per un Tibet libero, in particolar modo se fosse l’unico strumento adottato.

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Una maglietta rossa per Myanmar/2

28 settembre, 2007

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free myanmar
stop th slaughterA sostegno dei nostri amici incredibilmente coraggiosi in Birmania: venerdì 28 settembre indossiamo tutti quanti, in tutto il mondo, una maglietta rossa. (Repubblica)

Ne parlano anche: Stefano Gorgoni che per protesta ha chiuso il blog, Deeario, Lizaveta, Generazione Blog, Alfb, Diary, Miic, Paddock, Robie06, Albey, ilKuda, La pupa c’ha sonno, Damiel.

Poiché la Cina è il principale sostenitore ed eminenza grigia della giunta militare di Myanmar e rende l’embargo di fatto inefficace, Sandro suggerisce di “bussare” anche da loro.
Vi giro il contatto dell’ambasciatore cinese:
Dong Jinyi
Chinese Embassy
via della Camilluccia, 613
Roma
telefono: 06 85301203 – fax: 06-8442275, sito http://it.chineseembassy.org/ita/

Siccome Sandro ci fornisce anche il fax, mi sono permesso di mettere assieme un po’ di foto della Reuters e di preparare una bella pagina di fax (riporodotta qui a fianco e che puoi scaricare qui) che, se la inviamo in molti, in breve finirà l’inchiostro dei fax dell’ambasciata.
“Stop the slaughter” significa “fermate la carneficina”.

Immaginate un’ondata, questa immagine ripetuta centinaia di volte fino a dissolversi, che mette fuori uso il fax dell’ambasciata cinese …

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Una maglietta rossa per Myanmar

27 settembre, 2007

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free myanmar
Blogs e passaparola via sms per diffondere questo messaggio:

A sostegno dei nostri amici incredibilmente coraggiosi in Birmania: venerdì 28 settembre indossiamo tutti quanti, in tutto il mondo, una maglietta rossa.

Domani indosserò una maglietta rossa e pubblicherò di nuovo questa immagine.
Fallo anche tu e passa parola, perché da solo non sono niente, mentre, se siamo in tanti, siamo massa critica.

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Democratizzare con i carri armati

21 settembre, 2007

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Anche se penso che, almeno in parte, la polenta gli abbia dato alla testa, credo che il pensiero di Buraku sia da prendere in considerazione. Tuttavia, fintanto che la democratizzazione la si pratica usando il fosforo bianco o i metodi utilizzati ad Abu Graib, non riuscirò mai a considerarla tale.

Il motivo di questa guerra, come lo stesso Alan Greenspan ammette, lo conosciamo tutti.
Prima hanno detto che era per via delle WMD. Gli ispettori europei dissero e ribadirono che non c’era nessuna arma di distruzione di massa, ma il presidente degli USA insisteva.
Fanno la guerra, prendono Bagdad, catturano Saddam e poi, invece di consegnarlo al Tribunale dell’Aja, lo consegnano a un tribunale iracheno, matematicamente certi di vederlo morto ammazzato e pronto da dare in pasto, appeso al cappio, al pubblico americano, spostando in maniera efficacissima l’attenzione dell’opinione pubblica.
Sostengono che, anche se non c’erano WMD, bisognasse comunque combattere quel regime. Peccato che poi, nel governo provvisorio ci mettono gli ex gregari di Saddam, che di quel regime erano parte integrante.

Ora che la partita è persa, che il danno è fatto, che gli Sciiti, maggioranza nel paese, vogliono sovranità sulla loro terra, ora che i Sunniti, che non controllano territori dove è presente il petrolio, non accetteranno a cuor leggero di diventare politicamente insignificanti, essendo minoranza, e che i Curdi hanno ricominciato ad accarezzare l’idea di un Kurdistan indipendente e magari esteso a qualche pozzo lì nei paraggi, ora che anche il NYT spiega “why the United Nations belongs in Iraq“, ora che la sua stessa maggioranza critica apertamente l’operato di Bush, ora che ci possiamo ragionevolmente aspettare una sanguinosa guerra civile in un paese la cui storia non ne ha mai contemplata nemmeno una, fanno, o meglio, invocano una improbabile exit startegy, lasciando alle UN la patata bollente della gestione di questo dopoguerra pieno di incognite. Per dirla con l’Herald Tribune: no exit, no strategy.

Abbiamo visto paesi transitare da regimi a democrazie compiute senza bisogno dei tank americani, magari con guerre civili o rivoluzioni (penso ad alcuni paesi dell’ex-URSS, alla Romania, ai paesi dell’ex-Yugoslavia), o magari anche grazie a una pacifico passo compiuto da un politico illuminato, ma senza bisogno di qualche entità esterna che, magari anche in maniera non del tutto disinteressata, venisse a portare la guerra in un paese in stato di pace.
Questo è potuto accadere grazie alla maggiore consapevolezza raggiunta da quei popoli, perché la battaglia contro i regimi è culturale, e non militare, perché è il popolo che si deve sollevare, e non gli USA a imporre il cambiamento dall’alto.

Nel passaggio che citi si dice:

I pacifisti si sono opposti alla guerra contro la dittatura irachena e si sono battuti per mantenere il mondo nello stato di sempre, proprio mentre le vittime della dittatura si battevano per cambiare il mondo. I pacifisti credono che non esistano valori universali, buoni per tutti e a tutte le latitudini. Sostengono che sia una forma di imperialismo culturale voler estendere i nostri valori fuori dall’Occidente. Questo relativismo culturale giustifica le mutilazioni femminili nel mondo arabo, i burka in Afghanistan, la polizia religiosa in Iran, l’oppressione poliziesca nel regno di Saddam.

Anche a me piace Camillo, ma chiamare in causa Orwell in questo caso è proprio fuori luogo: se esistono valori universali, esiste anche il modo di ristabilirli, pacificamente. Giusto per riprendere gli esempi citati, Amnesty International si sta adoperando da molto tempo in proposito, ma di certo senza usare la forza, se non quella della persuasione. I pacifisti non si sono opposti alla guerra contro a dittatura irachena. I pacifisti si sono opposti alla guerra di liberazione dal prezzo del petrolio iracheno in euro, perché la guerra contro la dittatura irachena non la devono combattere i Marines, ma i diplomatici e le ONG.

Di certo questa guerra non ha insegnato la democrazia a nessuno, anzi, della democrazia occidentale ha fornito proprio una brutta immagine, così brutta che ora, in quei territori, si stanno formando cellule terroristiche dove prima non c’erano.
Democratizzare mi sta bene, ma, per favore, non con i carri armati, non con queste premesse, non in questo barbaro modo: questa democrazia non la vuole nessuno, nemmeno gli Americani.

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Ci facciamo sempre riconoscere

13 settembre, 2007

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europa padaniaMario Borghezio ha inanellato una sfolgorante carriera politica che, da membro di Ordine Nuovo, il movimento neo-fascista di Rauti lo ha visto diventare presidente del parlamento dell’autoproclamata Repubblica Padana e subito dopo eurodeputato.

Che questo delinquente sia uno che se le tira addosso, lo capirebbe anche una mente mediocre.

A fronte di questa banale riflessione, mi chiedo: “Tra tutti i posti possibili al mondo proprio a Bruxelles dovevamo mandarlo a fare rissa? Proprio mentre rappresenta l’Italia in Europa? Perché dobbiamo farci sempre riconoscere?

La Farnesina non dovrebbe chiedere spiegazioni, ma dovrebbe scusarsi, perché li, a violare la legge belga e a farsi arrestare assieme a una trentina di giovanotti con bomber, anfibi e testa rasata, guidati da un esaltato con un crocifisso in mano, ce lo abbiamo mandato noi.

Per questo motivo ho deciso di scrivere una e-mail di scuse indirizzandola al presidente della Commissione Europea, Pöttering, al sindaco di Bruxelles, Thielemans, e, per conoscenza, al ministro D’alema.
Se volete che vi aggiunga alla lista dei mittenti, fatemelo sapere.

Dear President and dear Mayor,
I wish to apologize, as an Italian, for the unbecoming behavior of Mario Borghezio and to convey my personal esteem and approval to the action undertook by local police.

Sorry for we have voted for Member of the European Parliament someone who came and break your law, as he repeatedly did with our one.

Even though I didn’t vote such a scumbag, I feel partially responsible for this regrettable circumstance and I sincerely hope that the immunity granted to the Members, that in my humble opinion should not apply for individuals caught in the act of common crimes, could be in this case bypassed and that Belgian justice will do where Italian common sense failed.

Gentile Presidente e gentile Sindaco,
Come italiano desidero porgere le mie scuse per il disdicevole comportamento del nostro parlamentare Mario Borghezio e per testimoniare la mia personale stima e approvazione per l’azione messa in essere dalla polizia locale.

Scusateci per aver eletto a parlamentare europeo una persona che è venuta a violare la vostra legge, cosi’ come ha già ripetutamente fatto con la nostra.

Anche se non ho votato per tale farabutto, mi sento parzialmente responsabile per questa spiacevole circostanza e spero sinceramente che l’immunità garantita agli eurodeputati, che a mio modesto parere non dovrebbe applicarsi di fronte a individui colti in flagranza di reati comuni, possa essere in questo caso evitata e che la giustizia Belga riesca dove il buon senso Italiano ha fallito.

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Traduzione del documento “De Delictis Gravioribus” in Italiano

9 giugno, 2007

Postato in La Santa Inquisizione, Politica, Politica Estera, Rubriche, Società, Traduzioni | 1 Commento »

Traduco dal latino la lettera De Delictis Gravioribus. E’ da molto che non traduco dal latino, perciò vogliate perdonare eventuali imprecisioni: sono commesse in buona fede, a differenza di quanto è accaduto nella traduzione di altri testi sacri (a buon intenditor …). Spero possa contribuire a una maggiore comprensione di quanto accaduto. Al di la delle accuse mosse dalla BBC, questo documento “basta ad assicurarci che, nel tempo di cui noi trattiamo, c’era de’ bravi tuttavia“.

EPISTOLA
inviata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede
ai Vescovi di tutta la Chiesa Cattolica
e agli altri Ordinari e Gerarchi aventi interesse:
RIGUARDO AI DELITTI PIU’ GRAVI
riservati alla stessa Congregazione per la Dottrina della Fede

Allo scopo di eseguire la legge ecclesiastica, che all’articolo 52 della Costituzione Apostolica riguardo alla Curia Romana recita: “[La Congregazione per la dottrina della fede] giudica i delitti contro la fede e i delitti più gravi, ad essa riportati, commessi sia contro la morale sia durante la celebrazione dei sacramenti e, ove necessario, procede a dichiarare o a infliggere sanzioni canoniche secondo diritto, sia comune che proprio”, era necessario innanzi tutto definire le procedure (lett. il modo di procedere) riguardo ai delitti contro la fede: ciò é stato condotto rispettando le norme intitolate (lett. il titolo delle quali é) “Metodo di agire nell’esame delle dottrine”, ratificate e confermate dal sommo pontefice Giovanni Paolo II, con gli articoli 28-29 insieme approvati in forma specifica.

Allo stesso tempo (lett. quasi allo stesso tempo) la Congregazione per la Dottrina della Fede, attraverso una Commissione all’uopo costituita, si impegnava in un diligente studio dei canoni riguardo ai delitti, sia del Codice del Diritto Canonico sia del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, per determinare “i delitti piu gravi sia contro la morale, sia nella celebrazione dei sacramenti”, per perfezionare anche le norme processuali speciali nel procedere “a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche”, poiche’ l’Istruzione Crimen Sollicitationis finora vigente, edita dalla Suprema Sacra Congregazione del Sant’Uffizio il 16 marzo 1962, doveva essere emendata in seguito alla promulgazione dei nuovi codici canonici.

Dopo attento esame delle opinioni e svolte le opportune consultazioni, il lavoro della Commissione giunse al termine; i Padri della Congregazione per la Dottrina della Fede l’hanno esaminato più accuratamente, sottoponendo al Sommo Pontefice le conclusioni circa la determinazione dei delitti più gravi e circa le procedure nel dichiarare o nell’infliggere le sanzioni, ferma restando in merito la competenza esclusiva della medesima Congregazione in quanto Tribunale Apostolico. Tutte ciò é stato approvato dallo stesso Sommo Pontefice, confermato e promulgato con la Lettera Apostolica Motu Proprio (atto proprio, a lui appartenente ndt.) “Sacramentorum Sanctitatis Tutela” (Tutela della Santità dei Sacramenti).

I delitti più gravi sia nella celebrazione dei sacramenti sia contro la morale, riservati alla Congregazione per la dottrina della fede, sono:

Al Tribunale apostolico della Congregazione per la Dottrina della Fede sono riservati soltanto i delitti sopra elencati con la propria definizione.

Ogni volta che l’Ordinario o il Gerarca avesse un’ almeno verosimile notizia di delitto riservato, dopo avere svolto un’indagine preliminare, la segnali alla Congregazione per la Dottrina della Fede, la quale, quando non si avvocasse la causa in seguito a particolari circostanze, comanda all’Ordinario o al Gerarca di procedere a ulteriori accertamenti attraverso il proprio Tribunale dettando opportune norme. Contro la sentenza di primo grado, sia da parte del reo o del suo Patrono sia da parte del Promotore di Giustizia, vale unicamente e soltanto il diritto di appello al Supremo Tribunale della medesima Congregazione.

E’ da notare che l’azione criminale riguardo ai delitti riservati alla Congregazione per la dottrina della fede si estingue per prescrizione in un decennio. La prescrizione decorre a norma del diritto universale e comune; ma in un delitto con un minore perpetrato da un clerico comincia a decorrere dal giorno in cui il minore ha compiuto il 18° anno di eta’.

Nei tribunali costituiti presso Ordinari o Gerarchi, ai fini della validità di queste cause possono espletare (lett: per queste cause, possono validamente espletare) l’ufficio di Giudice, di Promotore di Giustizia, di Notaio e di Patrono soltanto sacerdoti. Una volta conclusa l’istanza in tribunale, qualunque ne sia l’esito (Lett. Ad istanza in tribunale conclusa in qualunque modo), tutti gli atti della causa vengano quanto prima trasmessi dall’ufficio alla Congregazione per la Dottrina della Fede.

Tutti i tribunali della Chiesa Latina e delle Chiese Cattoliche Orientali sono tenuti a osservare i canoni riguardo ai delitti e alle pene nonchè riguardo al processo penale di entrambi i Codici rispettivamente, assieme alle norme speciali che saranno trasmesse, a seconda del caso singolo, dalla Congregazione per la Dottrina della Fede e da applicare nella totalità.

Le cause di questo tipo sono soggette al segreto pontificio.

Con la presente Epistola, inviata per mandato del Sommo Pontefice a tutti i Vescovi della Chiesa Cattolica, ai Superiori Generali degli istituti religiosi clericali di diritto pontificio e delle società di vita apostolica clericali di diritto pontificio e agli altri Ordinari e Gerarchi aventi interesse, si auspica che non solo vengano del tutto evitati i delitti più gravi, ma principalmente (alt. soprattutto, particolarmente, specialmente) che, data la santità di clerici e fedeli da sovraintendere anche mediante necessarie sanzioni, da parte degli ordinari e dei gerarchi ci sia una sollecita cura pastorale.

Roma, dalla sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, 18 maggio 2001.

Joseph card. Ratzinger
prefetto
Tarcisio Bertone, S.D.B.
Arcivescovo Eminente di Vercelli
Segretario
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Il Papa ostruì un indagine su abusi sessuali (observer.co.uk)

2 giugno, 2007

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the observerTraduzione di un articolo dell’ Observer, in cui si fa riferimento alla lettera del cardinale Ratzinger la quale estendeva il crimen sollicitationis.
L’Observer sembra avvallare le ipotesi della BBC presentate nel documentario “Sex crimes and the Vatican“.
Sono alla ricerca dell’intervista rilasciata dall’Arcivescovo Tarcisio Bertone per poterla pubblicare.

Il Papa ostruì un indagine su abusi sessuali

Una lettera di carattere confidenziale rivela che Ratzinger ordinò ai vescovi di mantenere segrete le accuse

Papa Benedetto XVI la scorsa notte venne esposto alle accuse di aver “ostacolato le indagini”, dopo che emerse il fatto che egli inviò un ordine in cui si assicura alle indagini della chiesa in tema di accuse di abusi sessuali, lo svolgimento in regime di segretezza.

L’ordine venne impartito attraverso una lettera, ottenuta dall’Observer, la quale venne inviata a ogni vescovo Cattolico nel Maggio del 2001.

Essa sosteneva il diritto della chiesa a svolgere le proprie indagini a porte chiuse e a mantenere confidenziali le prove fino a 10 anni dopo il raggiungimento dell’età adulta da parte della vittima. La lettera portava la firma del cardinale Joseph Ratzinger, che venne eletto successore di Giovanni Paolo II la scorsa settimana.

Gli avvocati che agivano in nome delle vittime di abuso sostengono che essa sia stata concepita allo scopo di evitare alle accuse di diventare pubbliche o di essere oggetto di indagine da parte dalla polizia. Accusano Ratzinger di aver commesso una “chiara ostruzione della giustizia“.

La lettera, “De Delictis Gravioribus” (riguardo ai peccati più gravi), venne inviata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ufficio vaticano che una volta gestiva l’Inquisizione e che era controllato da Ratzinger.

Essa rendeva esplicita ai vescovi la posizione della chiesa in merito a numerose questioni che spaziavano dalla celebrazione dell’eucarestia con un non Cattolico agli abusi sessuali compiuti da un clerico “con un minore di 18 anni”. La lettera di Ratzinger dichiara che la chiesa può rivendicare la giurisdizione nei casi nei quali l’abuso viene “perpetrato con un minore da un clerico”.

La lettera afferma che la giurisdizione della chiesa “inizia ad aver luogo quando il minore abbia compiuto il diciottesimo anno di età” e si protrae per 10 anni.

Essa ordina che le “indagini preliminari” in merito a qualsiasi accusa di abuso debbano essere inviate all’ufficio di Ratzinger, il quale ha l’opzione di inoltrarle a tribunali privati, nei quali la “funzione di giudice, promotore di giustizia, notaio e legale rappresentante possono essere validamente assunte, in questi casi, solo da preti“.

“Casi di questo genere sono soggetti al segreto pontificio“, conclude la lettera di Ratzinger. Infrangere il segreto pontificio in un qualsiasi momento dei 10 anni in cui la giurisdizione ha effetto comporta sanzioni, compreso il pericolo di scomunica.

Alla lettera fanno riferimento documenti relativi ad una causa legale intentata precedentemente durante quest’ anno nei confronti di una chiesa in Texas e nei confronti di Ratzinger da due presunte vittime di abuso. Inviando la lettera, gli avvocati, agendo in nome delle presunte vittime, sostengono che il cardinale ha cospirato per intralciare la giustizia.

Daniel Shea, l’avvocato delle due presunte vittime, il quale ha scoperto la lettera, ha detto: “Parla da sola. Vi dovete chiedere: perche non fate iniziare la conta degli anni fino a quando il bambino non ha 18 anni? E’ un’ostruzione alla giustizia.”

Padre John Beal, professore di diritto canonico alla Catholic University of America (università cattolica d’America), rilasciò una deposizione giurata l’8 Aprile dell’anno scorso, nella quale ammise a Shea che la lettera estendeva la giurisdizione e il controllo da parte della chiesa ai crimini di violenza sessuale.

La lettera di Ratzinger era controfirmata dall’Arcivescovo Tarcisio Bertone, che rilasciò un’intervista due anni fa, nella quale lasciò intendere l’opposizione della chiesa a consentire ad agenzie esterne indagini in merito ad accuse di abusi.

“Secondo me, la richiesta che un vescovo sia obbligato a contattare la polizia per denunciare un prete che ha ammesso il crimine di pedofilia è priva di base“, ha detto Bertone.

Shea criticò l’ordine per il quale le accuse di abusi debbano essere investigate solo all’interno di tribunali segreti. “Stanno imponendo procedure e segretezza su questi casi. Se le autorità scoprono il caso, possono occuparsene. Ma non si può indagare un caso, se non lo hai mai scoperto. Se si riesce a mantenerlo segreto per 18 anni più 10 il prete ha il tempo di farla franca“, aggiunge Shea.

Un portavoce dell’ufficio stampa del Vaticano, una volta messo al corrente dei contenuti della lettera, si è rifiutato di commentare. “Questo non è un documento pubblico, perciò non vorremmo parlarne”

Jamie Doward, corrispondente in affari religiosi
Domenica 24 Aprile, 2005
Traduzione di anonimo italiano
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