Sottigliezze della propaganda di un regime
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Non credo che esista l’inferno, ma se esistesse e fosse così com’è nell’immaginario collettivo, e cioè come ce lo ha cantato Dante, il posto che Sabina Guzzanti ha riservato al papa (tormentato da diavoloni frocioni attivissimi) calzerebbe a pennello: punito secondo il principio del contrappasso. Hai tormentato i frocioni diffondendo idee balorde e contribuendo alla diffusione di un clima discriminatorio e spesso violento? Dai frocioni sarai tormentato. Ci hai presi per il culo? Per il culo verrai preso. Non immagino pena più adatta al “peccato” del papa in un contesto come quello dell’inferno dantesco.
Angelino Alfano ha dichiarato che non concederà l’autorizzazione a procedere sul caso Guzzanti.
Ho deciso di non concedere l’autorizzazione a procedere nei confronti di Sabina Guzzanti conoscendo lo spessore e la capacità di perdono del Papa che prevale sulle offese.
Da cittadino e cattolico ho ascoltato anch’io gli insulti lanciati in piazza Navona e ho provato tristezza e vergogna. Ma dopo aver sentito il parere degli uffici che concludono per la procedibilità ho deciso comunque di non concedere l’autorizzazione a procedere anche perché l’accusata si è assunta le responsabilità di quello che ha detto e perché credo che la stagione delle riforma imponga di spegnere i fuochi e non di appiccare nuovi incendi.
La dichiarazione di Alfano è un piccolo capolavoro di retorica della propaganda di regime.
Il Guardasigilli insinua nell’opinione pubblica l’idea che Sabina Guzzanti sia colpevole, confessa, pentita, graziata dal ministro e perdonata dal papa.
A me non risulta che Sabina Guzzanti abbia mai ammesso delle colpe per quel suo discorso, anzi, a me pare che lo abbia sempre rivendicato e con un certo spirito. Insomma il perdono del papa non è mai stato né invocato, né desiderato. La “grazia” del ministro non è mai stata richiesta o auspicata. Anzi, a giudicare da quanto Sabina Guzzanti scrive, sembrerebbe che non vedesse l’ora di andare al processo, farsi assolvere nel merito e spernacchiare gli stessi potenti ancora una volta e ancora più forte.
Oltre all’incriminazione, è stata fatta vittima di un perdono non richiesto. Non deve essere una bella esperienza essere pubblicamente perdonati dal papa per bocca di Angelino Alfano.
Valori cristiani
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Il cristianissimo presidente degli Stati Uniti ha posto il veto sulla legge che proibiva l’uso della tortura durante gli interrogatori della CIA. Eh, i valori cristiani, che fonte di ispirazione etica e morale!
Una maglietta rossa per Myanmar/2
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A sostegno dei nostri amici incredibilmente coraggiosi in Birmania: venerdì 28 settembre indossiamo tutti quanti, in tutto il mondo, una maglietta rossa. (Repubblica)
Ne parlano anche: Stefano Gorgoni che per protesta ha chiuso il blog, Deeario, Lizaveta, Generazione Blog, Alfb, Diary, Miic, Paddock, Robie06, Albey, ilKuda, La pupa c’ha sonno, Damiel.
Poiché la Cina è il principale sostenitore ed eminenza grigia della giunta militare di Myanmar e rende l’embargo di fatto inefficace, Sandro suggerisce di “bussare” anche da loro.
Vi giro il contatto dell’ambasciatore cinese:
Dong Jinyi
Chinese Embassy
via della Camilluccia, 613
Roma
telefono: 06 85301203 – fax: 06-8442275, sito http://it.chineseembassy.org/ita/
Siccome Sandro ci fornisce anche il fax, mi sono permesso di mettere assieme un po’ di foto della Reuters e di preparare una bella pagina di fax (riporodotta qui a fianco e che puoi scaricare qui) che, se la inviamo in molti, in breve finirà l’inchiostro dei fax dell’ambasciata.
“Stop the slaughter” significa “fermate la carneficina”.
Immaginate un’ondata, questa immagine ripetuta centinaia di volte fino a dissolversi, che mette fuori uso il fax dell’ambasciata cinese …
Una maglietta rossa per Myanmar
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Blogs e passaparola via sms per diffondere questo messaggio:
A sostegno dei nostri amici incredibilmente coraggiosi in Birmania: venerdì 28 settembre indossiamo tutti quanti, in tutto il mondo, una maglietta rossa.
Domani indosserò una maglietta rossa e pubblicherò di nuovo questa immagine.
Fallo anche tu e passa parola, perché da solo non sono niente, mentre, se siamo in tanti, siamo massa critica.
Democratizzare con i carri armati
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Anche se penso che, almeno in parte, la polenta gli abbia dato alla testa, credo che il pensiero di Buraku sia da prendere in considerazione. Tuttavia, fintanto che la democratizzazione la si pratica usando il fosforo bianco o i metodi utilizzati ad Abu Graib, non riuscirò mai a considerarla tale.
Il motivo di questa guerra, come lo stesso Alan Greenspan ammette, lo conosciamo tutti.
Prima hanno detto che era per via delle WMD. Gli ispettori europei dissero e ribadirono che non c’era nessuna arma di distruzione di massa, ma il presidente degli USA insisteva.
Fanno la guerra, prendono Bagdad, catturano Saddam e poi, invece di consegnarlo al Tribunale dell’Aja, lo consegnano a un tribunale iracheno, matematicamente certi di vederlo morto ammazzato e pronto da dare in pasto, appeso al cappio, al pubblico americano, spostando in maniera efficacissima l’attenzione dell’opinione pubblica.
Sostengono che, anche se non c’erano WMD, bisognasse comunque combattere quel regime. Peccato che poi, nel governo provvisorio ci mettono gli ex gregari di Saddam, che di quel regime erano parte integrante.
Ora che la partita è persa, che il danno è fatto, che gli Sciiti, maggioranza nel paese, vogliono sovranità sulla loro terra, ora che i Sunniti, che non controllano territori dove è presente il petrolio, non accetteranno a cuor leggero di diventare politicamente insignificanti, essendo minoranza, e che i Curdi hanno ricominciato ad accarezzare l’idea di un Kurdistan indipendente e magari esteso a qualche pozzo lì nei paraggi, ora che anche il NYT spiega “why the United Nations belongs in Iraq“, ora che la sua stessa maggioranza critica apertamente l’operato di Bush, ora che ci possiamo ragionevolmente aspettare una sanguinosa guerra civile in un paese la cui storia non ne ha mai contemplata nemmeno una, fanno, o meglio, invocano una improbabile exit startegy, lasciando alle UN la patata bollente della gestione di questo dopoguerra pieno di incognite. Per dirla con l’Herald Tribune: no exit, no strategy.
Abbiamo visto paesi transitare da regimi a democrazie compiute senza bisogno dei tank americani, magari con guerre civili o rivoluzioni (penso ad alcuni paesi dell’ex-URSS, alla Romania, ai paesi dell’ex-Yugoslavia), o magari anche grazie a una pacifico passo compiuto da un politico illuminato, ma senza bisogno di qualche entità esterna che, magari anche in maniera non del tutto disinteressata, venisse a portare la guerra in un paese in stato di pace.
Questo è potuto accadere grazie alla maggiore consapevolezza raggiunta da quei popoli, perché la battaglia contro i regimi è culturale, e non militare, perché è il popolo che si deve sollevare, e non gli USA a imporre il cambiamento dall’alto.
Nel passaggio che citi si dice:
I pacifisti si sono opposti alla guerra contro la dittatura irachena e si sono battuti per mantenere il mondo nello stato di sempre, proprio mentre le vittime della dittatura si battevano per cambiare il mondo. I pacifisti credono che non esistano valori universali, buoni per tutti e a tutte le latitudini. Sostengono che sia una forma di imperialismo culturale voler estendere i nostri valori fuori dall’Occidente. Questo relativismo culturale giustifica le mutilazioni femminili nel mondo arabo, i burka in Afghanistan, la polizia religiosa in Iran, l’oppressione poliziesca nel regno di Saddam.
Anche a me piace Camillo, ma chiamare in causa Orwell in questo caso è proprio fuori luogo: se esistono valori universali, esiste anche il modo di ristabilirli, pacificamente. Giusto per riprendere gli esempi citati, Amnesty International si sta adoperando da molto tempo in proposito, ma di certo senza usare la forza, se non quella della persuasione. I pacifisti non si sono opposti alla guerra contro a dittatura irachena. I pacifisti si sono opposti alla guerra di liberazione dal prezzo del petrolio iracheno in euro, perché la guerra contro la dittatura irachena non la devono combattere i Marines, ma i diplomatici e le ONG.
Di certo questa guerra non ha insegnato la democrazia a nessuno, anzi, della democrazia occidentale ha fornito proprio una brutta immagine, così brutta che ora, in quei territori, si stanno formando cellule terroristiche dove prima non c’erano.
Democratizzare mi sta bene, ma, per favore, non con i carri armati, non con queste premesse, non in questo barbaro modo: questa democrazia non la vuole nessuno, nemmeno gli Americani.



